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La violenza non è forza ma debolezza, né mai può essere creatrice di cosa alcuna ma soltanto distruggere.2

La frase citata ricalca l’impostazione riflessiva che questo articolo, intende chiarire, affrontando con gli strumenti congiunti della psicologia e della filosofia, gli avvenimenti riguardanti il poliziotto, accoltellato a Milano, lo studente ferito durante una lite da un suo coetaneo a Reggio Calabria; il dramma avvenuto ad Eboli, dove un giovane è stato accoltellato alla gamba davanti ad un bar. Per un osservatore accorto, questa degradazione diventa particolarmente evidente quando le attività umane più spietate vengono iscritte nel paradigma della violenza diretta contro terzi, articolo 1436 del Codice civile, terribilmente diffusa nel nostro paese. L’uomo dispiega, così nelle sue attività, un fenomeno complesso e sfuggente, influenzato da molteplici fattori, oggetto di un processo d’interiorizzazione e individualizzazione. Analizzando la questione da un punto di vista storico, nel suo saggio, Sulla violenza, la filosofa tedesca, Arendt, ritiene che violenza e potere non siano da considerarsi fatti naturali ma prodotti storici, sociali e culturali delle società umane. Tra gli aspetti delinquenziali-fenomenologici la violenza, come risulta dal rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità, interessa tutti i continenti del mondo. Diverso è il punto di vista socio-antropologico, con cui cercheremo di comprendere il ruolo della violenza, nel mondo della vita, degli attori sociali. I casi evocati, contengono una parola chiave ed è quella di effrazione, denominatore comune dei reati compiuti. Provando ad afferrare meglio l’argomento è bene tener presente che dietro la violenza, esagerata e constante che si trasforma nel modo principale di affrontare problemi, si cela un certo grado di frustrazione e paura. L’io vede tutto con astio e gli altri sono solo un bersaglio utilizzato per tentare di liberarsi da questa insoddisfazione. Nell’immaginario collettivo, le angherie psicologiche di diverse entità che si esprimono con rabbia, accuse e meccanismi di pensiero da “martiri” arrivano a far credere ai soggetti operanti che la vita è ingiusta e che nessuno in questo mondo riconosce il proprio valore. La totalità della personalità, messa in scena, dal pensiero e dal ragionamento dell’abusante, contro determinate persone, basti pensare alle offese, all’intenzione di ferire, sottomettere o uccidere l’altro, compromette la percezione stessa della propria identità. Le ricerche più recenti evidenziano come la violenza sia il risultato di un’interazione più complessa tra fattori innati e fattori ambientali, mediati dalla relazione. La domanda alla quale sembra impossibile sottrarsi a cui si cerca di rispondere privilegiando i saperi menzionati è: gli stereotipi o i pregiudizi influiscono sulle relazioni che tessiamo e, in generale sulle scelte che compiamo? Sapersi riempire con “consistenze” affettive nel qui ed ora è fondamentale per l’armonica maturazione dell’individuo, sia in famiglia che in società; Auto-orientarsi nella comunità moderna, richiede il possesso di strumenti e tecniche, non solo a livello cognitivo ma anche a livello emotivo-relazionale. Un aspetto molto interessante evidenziato dai vari studi riguarda la peculiarità dei social media che incoraggiano l’aggressività e la violenza online. Sembra inoltre, che le relazioni virtuali portino con sé l’evitamento della solitudine, l’impellente bisogno di gratificazione sociale ed affettiva, impedendo la reciproca conoscenza e, causando la perdita dei limiti dell’ego. I giovani, sempre più disposti ad essere meno se stessi, preferiscono sostituire i rapporti vis à vis con relazioni amicali online, strutturate su una conoscenza altrui parziale. La mancanza degli adulti di riferimento, il vivere situazioni emotive gravi con l’altro, con il gruppo, con sé stesso, riducono la sensibilità morale e la capacità di gestire le proprie emozioni. La problematicità legata a questo comportamento è il primato della realtà virtuale, percepita come unico mezzo per appagare queste mancanze, in cui l’altra persona diviene assolutamente irrilevante. L’umiliazione delle vittime, le vanterie dei bulli, attraverso i social sono uno scenario nuovo, che continua ad acquistare importanza negli ultimi anni; la violenza non ci chiama soltanto ad intervenire, ma anche ad una interpretazione come sintomo di un disagio, iscritto nelle contraddizioni e nei disvalori della nostra società. Esserci come adulti, ascoltare, offrire insomma una sponda, per promuovere competenze emotive e comunicative adeguate, giacché, il pensiero e l’apprendimento sono intrinsecamente emotivi, è indispensabile nella realizzazione dell’azione educativa. Per concludere, anche se è difficile dire quanto “d’innato” e “quanto di reattivo e/o acquisito” possiamo riconoscere nel comportamento aggressivo dell’uomo e nonostante che sulla nascita e sulla funzione dell’aggressività non tutto sia chiaro, la violenza non è lontana dalla nostra pelle e, la sequela dei recenti fatti di cronaca, sembra alimentare una retorica di tipo catastrofico e apocalittico, su cui hanno inciso sicuramente le esperienze non facili vissute dai singoli e dalla società negli ultimi tempi. Quali sono gli strumenti che la collettività possiede per difendersi da questa minaccia stagnante? La società è capace di spendere le sue energie per trasformare l’istinto aggressivo in coscienza morale?
Il percorso educativo-formativo a livello scolastico soddisfa e garantisce l’acquisizione di una conoscenza spendibile nella vita personale? Ampliare la presenza di educatori e operatori sociali nei territori, potrebbe sollecitare azioni di contrasto, a occhi meno miopi di quelli della nostra comunità distratta?

A voi i commenti

Giulia Giordano.

1 Renè Magritte, The invention of life, 1928

2 Benedetto Croce.

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